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La richiesta di copia della documentazione e dei contratti bancari ex art. 119, n. 4, T.U.B. o ex art. 15 del Regolamento GDPR


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Di Maurizio Tidona, Avvocato

 

Indice:

1. L’art. 119 T.U.B. sulla richiesta della documentazione bancaria relativa agli ultimi dieci anni

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2. La richiesta di copia dei contratti bancari

3. Il limite temporale relativo alla consegna della copia dei contratti

4. Le modalità di richiesta della documentazione bancaria

5. La richiesta della documentazione bancaria ex art. 15 del Regolamento sulla Protezione dei dati – GDPR

6. La mancata consegna da parte della banca della documentazione relativa agli ultimi dieci anni

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7. La documentazione ultradecennale a supporto del credito della banca

8. L’ordine di esibizione in processo ex art. 210 c.p.c.

9. Le parti che hanno diritto a richiedere la documentazione

 

1. L’art. 119 T.U.B. sulla richiesta della documentazione bancaria relativa agli ultimi dieci anni

L’art. 119 del Testo Unico Bancario [1] – rubricato “comunicazioni periodiche alla clientela” – dispone che le banche e gli intermediari finanziari:

a) devono fornire al cliente, nei contratti di durata [2], una comunicazione chiara in merito allo svolgimento del rapporto, almeno una volta all’anno e comunque alla scadenza del contratto (l’invio al cliente deve avvenire in forma scritta o mediante altro supporto durevole [3], preventivamente accettato dal cliente) (art. 119 T.U.B., comma 1);

b) per i rapporti regolati in conto corrente, devono inviare al cliente l’estratto conto, con periodicità annuale oppure a scelta del cliente, con periodicità semestrale, trimestrale o mensile (art. 119 T.U.B., comma 2).

c) devono fornire al cliente (o a colui che gli succeda a qualunque titolo o che gli subentri nell’amministrazione dei suoi beni), se lo richieda, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni, e questo entro un congruo termine e comunque non oltre 90 giorni dalla domanda, con addebito al cliente dei costi di produzione della documentazione (art. 119 T.U.B., comma 4).

 

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2. La richiesta di copia dei contratti bancari

La prima questione è se la richiesta ex art. 119 T.U.B. sia relativa anche alla copia dei contratti e/o comunque alla documentazione di base del rapporto (non quella “periodica”, a cui si riferisce esplicitamente l’art. 119 T.U.B., ma quella che contenga l’assetto fondamentale del rapporto).

L’art. 119 T.U.B. non dispone nulla in merito alla copia dei contratti.

L’art. 119 T.U.B. è relativo alle sole “comunicazioni periodiche” al cliente e dispone che la richiesta può essere portata relativamente a “singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni”. [4]

È però indubitabile che il cliente abbia il diritto di ricevere anche copia dei contratti sottoscritti.

Il diritto del cliente di ricevere copia dei contratti è difatti ben più ampio, ed anzi di rango superiore, a quello di ricevere copia della documentazione relativa a “singole operazioni” compiute negli ultimi dieci anni, disciplinata dall’art. 119 T.U.B.

L’obbligo in capo alla banca di consegna del contratto consegue difatti al dovere generale della banca di comportamento secondo correttezza, imposto peraltro ad entrambi i contraenti di un contratto.

L’art. 1175 c.c. dispone in particolare che il “Il debitore e il creditore devono comportarsi secondo le regole della correttezza”. [5]

L’art. 1375 c.c. aggiunge che “Il contratto deve essere eseguito secondo buona fede”.

Tali norme impongono “a ciascuna parte di tenere quei comportamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali e dal dovere extracontrattuale del neminem laedere, senza rappresentare un apprezzabile sacrificio a suo carico, siano idonei a preservare gli interessi dell’altra parte; tra i doveri di comportamento scaturenti dall’obbligo di buona fede vi è anche quello di fornire alla controparte la documentazione relativa al rapporto obbligatorio ed al suo svolgimento” (così: Cass. n. 12093/2001).

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Il fondamento dell’obbligo di consegna della documentazione (e dei contratti, per quanto qui trattato) gravante sulla banca risiede pertanto nel principio di buona fede contrattuale, e cioè in quel suo particolare risvolto rappresentato dal dovere di reciproca solidarietà tra i contraenti, anche quale fonte di integrazione del contratto ai sensi dell’art. 1374 c.c. (che così recita: “il contratto obbliga le parti non solo a quanto è nel medesimo espresso, ma anche a tutte le conseguenze che ne derivano secondo la legge, o, in mancanza, secondo gli usi”).

Peraltro è lo stesso Testo Unico Bancario (art. 117) che – dopo aver previsto a pena di nullità che i contratti siano redatti per iscritto – ne impone la consegna di un esemplare ai clienti, i quali hanno quindi diritto a riceverne copia sia al momento della sottoscrizione che successivamente, ove occorra, nel caso in cui abbiano smarrito il documento od in ultimo dichiarino di non averlo mai ricevuto e ne facciano richiesta di consegna.

In tale linea di pensiero la Corte d’Appello di Milano (sez. I civ. – Est. Dott.ssa Carla Romana Raineri), che con la sentenza n. 1796 del 2012, ha affermato che la banca è obbligata alla conservazione del contratto senza alcun limite temporale, non essendo applicabile al contratto quanto disposto all’art. 119 T.U.B. per la sola documentazione bancaria (estratti-conto).

La Corte milanese ha così argomentato:

“Nel caso di specie, prima dell’instaurazione del giudizio di primo grado, la parte attrice ne aveva invano richiesto copia alla Banca, sicché la mancata produzione in giudizio del contratto di conto corrente bancario non può, invero, essere addebitata alla società attuale appellante. Né, al riguardo, può essere condivisa l’affermazione, che parrebbe leggersi nella sentenza impugnata, secondo la quale l’Istituto di credito allora convenuto non sarebbe stato tenuto alla conservazione del contratto di conto corrente bancario de quo in quanto stipulato in una data “che supera il limite temporale di obbligo della tenuta delle scritture” e ciò in quanto: a) il limite temporale di cui trattasi si applica solo alla richiesta di rilascio di copia della documentazione contabile, che anche secondo il disposto dell’art. 2220 c.c. deve essere conservata per dieci anni dalla data dell’ultima registrazione; b) il contratto di conto corrente bancario non costituisce documentazione contabile, bensì, ai sensi dell’art. 117 commi 1° e 3° T.U.B. costituisce la prova scritta richiesta ad substantiam ed a pena di nullità dell’esistenza del rapporto di conto corrente bancario e deve indicare il tasso di interesse ed ogni altro prezzo o condizioni praticati. In difetto di prova scritta in ordine all’esistenza del contratto di conto corrente bancario e, quindi, delle pattuizioni intercorse tra le parti, la Banca non avrebbe alcun titolo per addebitare alla società correntista somma alcuna, sia a titolo di interessi convenzionali eccedenti il tasso legale, sia a titolo di commissioni di massimo scoperto e spese per le operazioni effettuate”.

Più recentemente si veda anche il Tribunale di Siena, sent. n. 49 del 18/1/2020:

“Se è vero che l’art. 119, comma 4 TUB, fondando il diritto del cliente all’ottenimento di copia di “documentazione inerente singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni”, riguarda la richiesta di consegna di copia di estratti conto e scalari circoscritti al decennio nel decennio antecedente la domanda stragiudiziale, non contemplando tale nozione anche documentazione relativa a singole operazioni compiute nel decennio precedente, né potendosi intendere quali “documenti inerenti operazioni contabili” i contratti, costituenti invece fonti di pattuizioni negoziali, è parimenti vero che la non riconducibilità all’ambito operativo dell’art. 119 TUB non esclude il diritto del cliente ad ottenere, su richiesta, la consegna di copia dei contratti in corso di esecuzione, in nome del generale principio di buona fede in executivis gravante, ex artt. 1175-1375 c.c., su ogni contraente, e sostanziantesi in una fonte di integrazione del contenuto negoziale ai sensi dell’art. 1374 c.c., nel momento in cui impone a ciascun contraente, al di là di specifici obblighi pattizi e del dovere generale di neminem laedere, di tenere comportamenti idonei a preservare gli interessi della controparte, entro i limiti dell’apprezzabile sacrificio dell’interesse proprio (“la pretesa del cliente alla consegna della documentazione bancaria è un diritto autonomo che, pur derivando dal contratto, è estraneo alle obbligazioni tipiche che ne costituiscono lo specifico contenuto. Esso nasce dall’obbligo di buona fede, correttezza e solidarietà, che è accessorio ad ogni prestazione dedotta in negozio e consente alla parte interessate di conseguire ogni utilità programmata, anche oltre quelle riferibili alle prestazioni convenute, comportando esso stesso una prestazione, cui ognuna delle parti è tenuta, in quanto imposta direttamente dalla legge in tema di esecuzione del contratto” (Cass. n.1669/07; ed ancora, “tra i doveri di comportamento scaturenti dall’obbligo di buona fede vi è anche quello di fornire alla controparte la documentazione relativa al rapporto obbligatorio ed al suo svolgimento” (Cass. n. 12093/01; cfr. anche Cass. n. 1004/06, per cui “il diritto alla copia dei contratti è pertanto un diritto autonomo del cliente, specifico, nascente dall’obbligo da parte della banca di eseguire il contratto secondo buona fede”). Il diritto del cliente alla consegna di copia dei contratti da parte dell’istituto deve estendersi anche a fattispecie contrattuali la cui redazione risalga ad epoca anteriore alla normativa sulla trasparenza bancaria, vigendo comunque anche in relazione alla relativa esecuzione il dovere generale di buona fede ed, anzi, dovendosi ritenere maggiormente giustificabile il mancato possesso della copia del contratto da parte del cliente proprio con riferimento alle stipule anteriori all’introduzione dell’obbligo normativo di consegna della copia da parte dell’istituto bancario”.

Il diritto alla copia dei contratti è pertanto un diritto autonomo del cliente, specifico, nascente dall’obbligo da parte della banca di eseguire il contratto secondo buona fede (così anche: Cass. n. 11004/2006).

Il diritto del cliente, o di colui che gli succeda a qualsiasi titolo, a ricevere copia dei contratti sussiste pertanto indipendentemente dall’adempimento del dovere di informazione da parte della banca, a cui si riferisce specificamente l’art. 119 T.U.B.

 

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3. Il limite temporale relativo alla consegna della copia dei contratti

Si è già scritto che l’art. 119 T.U.B. si riferisce alla sola documentazione periodica bancaria e non sicuramente ai contratti, che costituiscono la base portante del rapporto, per i quali il diritto del cliente di riceverne copia è molto più ampio e non soggetto ad alcun limite temporale.

Per tale ragione è certo che il limite temporale di conservazione per soli dieci anni di cui all’art. 119 T.U.B. non riguarda i contratti.

L’esclusione è peraltro resa evidente dalla stessa lettura dell’art. 119 T.U.B., che si riferisce alla copia della documentazione inerente a sole “singole operazioni” poste in essere negli ultimi dieci anni, e non fa riferimento ai contratti bancari.

La Corte di Appello di Milano (sentenza n. 1796 del 2012, già citata) ha confermato che:

“Il contratto di conto corrente bancario, per sua stessa natura, costituisce la fonte della disciplina dei rapporti obbligatori tra le parti e, come tale, non può essere distrutto decorso il termine di dieci anni dalla sua sottoscrizione, qualora i diritti da esso nascenti non si siano prescritti”.

Il diritto del cliente di chiedere alla banca copia del contratto permane peraltro anche dopo lo scioglimento del rapporto (così: Tribunale Monza, sez. III, n. 95 del 18/1/2016). [6]

Concluso definitivamente il rapporto contrattuale l’obbligo di conservazione del contratto da parte della banca finisce soltanto con il decorso del termine prescrizionale ordinario di dieci anni, a far data dalla chiusura (ex art. 2946 c.c.), non potendo sussistere successivamente alcun diritto azionabile dal cliente (a meno che il cliente non abbia proceduto all’interruzione della prescrizione, dovendo la banca, in tale eventualità, conservare ulteriormente il contratto).

 

4. Le modalità di richiesta della documentazione bancaria

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In merito alle modalità di richiesta, non è necessario che il richiedente (il cliente o colui che gli succeda) indichi specificamente gli estremi del rapporto a cui si riferisce la documentazione richiesta in copia, essendo sufficiente che l’interessato fornisca alla banca gli elementi minimi indispensabili per consentirle l’individuazione dei documenti richiesti, quali, ad esempio (così: Cass. n. 11004/2006):

– i dati relativi al soggetto titolare del rapporto;

– il tipo di rapporto a cui è correlata la richiesta;

– il periodo di tempo entro il quale le operazioni da documentare si sono svolte.

Si può aggiungere a tali requisiti anche la prova, nel caso in cui il soggetto richiedente sia diverso dal titolare, della sua legittimazione alla richiesta della documentazione bancaria (ad esempio: il procuratore deve produrre alla banca copia della procura; il curatore deve produrre la copia della sentenza da cui risulti la sua nomina; l’erede deve produrre il certificato di morte del de cuius, l’atto notorio e la dichiarazione di successione; e così proseguendo).

 

5. La richiesta della documentazione bancaria ex art. 15 del Regolamento sulla Protezione dei dati – GDPR

La domanda di consegna della documentazione bancaria potrebbe essere avanzata dal cliente – o da chi gli succeda a qualsiasi titolo – ai sensi dell’art. 15 del Regolamento sulla Protezione dei dati – GDPR (in precedenza: art. 7 del Codice della Privacy(d.lgs. 196/2003) [7]) e quindi anche (apparentemente) al di fuori della procedura prevista dall’art. 119 T.U.B.

Il Garante della Privacy ha difatti affermato che il diritto di accesso alla documentazione bancaria da parte del cliente – o da chi gli succeda a qualsiasi titolo (frequentemente l’erede) – è esercitabile autonomamente anche in forza del Codice della Privacy, che riconosce(va) all’art. 7 [ora art. 15 del GDPR] tale diritto a chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli di protezione (Aut. protez. dati person.[8], 17/07/2008; conf.: Aut. protez. dati person., 07/12/2006 [9]).

Non si è d’accordo con la conclusione del Garante della Privacy.

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L’accesso previsto all’art. 7 del Codice della Privacy da parte dell’interessato è evidentemente limitato ad ottenere la “conferma dell’esistenza o meno di dati personali che lo riguardano, anche se non ancora registrati, e la loro comunicazione in forma intelligibile” (come indicato testualmente nell’articolo citato), con indicazione:

a) dell’origine dei dati personali;

b) delle finalità e modalità del trattamento;

c) della logica applicata in caso di trattamento effettuato con l’ausilio di strumenti elettronici;

d) degli estremi identificativi del titolare, dei responsabili e del rappresentante designato ai sensi dell’articolo 5, comma 2;

e) dei soggetti o delle categorie di soggetti ai quali i dati personali possono essere comunicati o che possono venirne a conoscenza in qualità di rappresentante designato nel territorio dello Stato, di responsabili o incaricati.

Non si vede quale diritto – ex art. 7 del Codice della Privacy – possa vantare l’interessato ad avere copia della “documentazione” relativa ad uno specifico rapporto contrattuale bancario di cui sia direttamente parte o per il quale sia comunque subentrato ex lege alla parte (con gli stessi diritti del contraente); diritti di accesso alla documentazione per i quali è stato previsto dal legislatore l’art. 119 T.U.B., quale norma speciale applicabile nei rapporti tra banca e clienti.

La ragione ispiratrice dell’art. 7 Codice della Privacy è relativa al trattamento dei dati personali e non si crede che possa essere esteso alla domanda di copia di documentazione relativa a singole operazioni bancarie e/o allo stesso contratto, di cui il richiedente sia parte, originariamente o perché subentrato al contraente originario.

La questione ha una sicura rilevanza in quanto l’art. 119 T.U.B. prevede l’addebito delle spese della documentazione fornita dalla banca (i c.d. “costi di produzione”; così definiti all’art. 119 T.U.B., comma 4).

Se l’istanza sia avanzata ex art. 15 del GDPR il cliente potrebbe sostenere l’inapplicabilità dell’addebito dei costi, il che sarebbe contrario a quanto stabilito segnatamente per i rapporti bancari dall’art. 119 T.U.B.

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Per tali ragioni si ritiene corretto che la banca:

– provveda sempre alla consegna della copia della documentazione, sia che la richiesta provenga ex art. 119 T.U.B. che ex art. 15 del GDPR, ed anche ove la richiesta non contenga alcun riferimento normativo (il diritto di avere copia della documentazione, come scritto, è ben più ampio di quanto prescritto all’art. 119 T.U.B., la cui sola particolarità è la specificazione della limitazione temporale della richiesta alle operazioni dei soli ultimi dieci anni e la precisazione – specialmente – dell’obbligo di rimborso alla banca dei costi  relativi alla copia);

– proceda comunque (in ogni caso) all’addebito al cliente (o comunque al richiedente che ne abbia diritto) delle spese vive (i c.d. “costi di produzione”), che sono sempre addebitabili nei rapporti bancari, nella considerazione della lex specialis applicabile: l’art. 119 T.U.B.

 

6. La mancata consegna da parte della banca della documentazione relativa agli ultimi dieci anni

Nel caso in cui la banca non consegni al cliente la documentazione – ed anche lo stesso contratto, per quanto scritto – non è impedita alla banca la successiva consegna al cliente od anche l’eventuale produzione in processo (che il cliente abbia successivamente incardinato, per la consegna della documentazione o comunque per ottenere la dichiarazione di invalidità degli addebiti operati dalla banca nel rapporto), ma in tale ipotesi il cliente avrà diritto a domandare alla banca il risarcimento del danno (provandone la sussistenza e l’ammontare) e/o la condanna alle spese di lite (soprattutto se dalla produzione tardiva del contratto consegua l’inammissibilità della domanda del cliente, perché, ad esempio, le condizioni erano ben pattuite, ma che il cliente non ha potuto verificare prima del giudizio).

Relativamente al solo contratto, si noti che alla mancata produzione da parte della banca (direttamente al cliente o comunque nel processo, se il cliente contesti l’addebito di interessi, spese ed altre condizioni contrattuali) consegue l’applicazione dell’art. 117 T.U.B., il quale dispone:

1) art. 117, comma 1: Nel caso di inosservanza della forma prescritta il contratto è nullo.

2) art. 117, comma 4: I contratti indicano il tasso d’interesse e ogni altro prezzo e condizione praticati, inclusi, per i contratti di credito, gli eventuali maggiori oneri in caso di mora;

3) art. 117, comma 7: In caso di inosservanza del comma 4, si applicano:

a) il tasso nominale minimo e quello massimo, rispettivamente per le operazioni attive e per quelle passive, dei buoni ordinari del tesoro annuali o di altri titoli similari eventualmente indicati dal Ministro dell’economia e delle finanze, emessi nei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto o, se più favorevoli per il cliente, emessi nei dodici mesi precedenti lo svolgimento dell’operazione.

b) gli altri prezzi e condizioni pubblicizzati per le corrispondenti categorie di operazioni e servizi al momento della conclusione del contratto o, se più favorevoli per il cliente, al momento in cui l’operazione è effettuata o il servizio viene reso; in mancanza di pubblicità nulla è dovuto.

 

7. La documentazione ultradecennale a supporto del credito della banca

Il limite temporale dei soli ultimi dieci anni per la conservazione della documentazione bancaria non rileva nel caso in cui sia la banca a dovere utilizzare quei documenti al fine di prova del proprio credito (e questo vale particolarmente per il contratto, in cui il limite temporale di dieci anni non sussiste nemmeno).

La Cassazione (ex multis: n. 22183 del 30/10/2015) ha affermato che:

“Nei rapporti bancari in conto corrente, la banca non può sottrarsi all’onere di provare il proprio credito invocando l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre dieci anni dalla data dell’ultima registrazione, in quanto tale obbligo volto ad assicurare una più penetrante tutela dei terzi estranei all’attività imprenditoriale non può sollevarla dall’onere della prova piena del credito vantato anche per il periodo ulteriore” (Cass. n. 22183/2015; conf.: Cass. n. 1842/2011 e Cass. n. 21466/2013).

La banca quindi deve comunque conservare la documentazione bancaria (e sicuramente, con ancora più cura, il contratto) se il rapporto abbia durata maggiore all’ultimo decennio e la banca vanti, o possa vantare in futuro, un credito relativo a quel rapporto.

La Cassazione si è così recentemente espressa:

– Cassazione Civile, sez. I, sent. n. 11543 del 2 maggio 2019:

“La giurisprudenza di questa Corte è consolidata nel ritenere che nei rapporti bancari in conto corrente, una volta che sia stata esclusa la validità, per mancanza dei requisiti di legge, della pattuizione di interessi ultralegali a carico del correntista, la banca abbia l’onere di produrre i detti estratti a partire dall’apertura del conto; si aggiunge, al riguardo, che la banca stessa non possa sottrarsi all’assolvimento di tale onere invocando l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre dieci anni, dal momento che l’obbligo di conservazione della documentazione contabile va distinto da quello di dar prova del proprio credito (Cass. 10 maggio 2007, n. 10692; Cass. 25 novembre 2010, n. 23974; Cass. 26 gennaio 2011, n. 1842; Cass. 18 settembre 2014, n. 19696; Cass. 20 aprile 2016, n. 7972; Cass. 25 maggio 2017, n. 13258; più di recente, sempre nel senso dell’affermazione dell’onere della banca di produrre gli estratti conto dal momento di inizio del rapporto: Cass. 16 aprile 2018, n. 9365; Cass. 27 settembre 2018, n. 23313). La ragione di tale conclusione si spiega ove si consideri che, negata la validità della clausola sulla cui base sono stati calcolati gli interessi, la produzione degli estratti conto a partire dall’apertura del conto corrente consente, attraverso una integrale ricostruzione del dare e dell’avere con l’applicazione del tasso legale, di determinare il credito della banca (sempre che la stessa non risulti addirittura debitrice, una volta depurato il conto dalla illegittima capitalizzazione); allo stesso risultato non si può pervenire con la prova del saldo, comprensivo di capitale ed interessi, al momento della chiusura del conto: infatti, tale saldo non solo non consente di conoscere quali addebiti, nell’ultimo periodo di contabilizzazione, siano dovuti ad operazioni passive per il cliente e quali alla capitalizzazione degli interessi, ma esso, a sua volta, discende da una base di computo che è il risultato di precedenti capitalizzazioni degli interessi (cfr. Cass. 10 maggio 2007, n. 10692 cit., in motivazione). La regola vale, come è evidente, non soltanto nell’ipotesi di contabilizzazione degli interessi ultralegali, ma in tutti i casi in cui al correntista siano state addebitate, nel corso del rapporto, somme non dovute (come interessi anatocistici, o anche commissioni e spese che la banca non potesse legittimamente pretendere). Il medesimo principio, opera, poi, a parti invertite, ove sia il correntista ad agire giudizialmente per l’accertamento giudiziale del saldo e la ripetizione delle somme indebitamente riscosse dall’istituto di credito, giacché in questa evenienza è tale soggetto, attore in giudizio, a doversi far carico della produzione dell’intera serie degli estratti conto (Cass. 7 maggio 2015, n. 9201; Cass. 13 ottobre 2016, n. 20693; Cass. 23 ottobre 2017, n. 24948): con tale produzione, difatti, il correntista assolve all’onere di provare sia gli avvenuti pagamenti che la mancanza, rispetto ad essi, di una valida causa debendi”.

 

8. L’ordine di esibizione in processo ex art. 210 c.p.c.

In merito alla possibilità di chiedere al giudice l’ordine di esibizione ex art. 210 c.p.c. [10] della documentazione relativa a rapporti bancari, la giurisprudenza ricorrente limitava in passato tale possibilità alla condizione che il cliente (o colui che gli sia succeduto) avesse richiesto prima del processo la consegna della copia, con istanza alla banca ex art. 119 T.U.B., che solo se inadempiuta consentiva la successiva richiesta giudiziale ex art. 210 c.p.c.

Il Tribunale Milano (sez. VI, con sentenza del 15/10/2015), aveva affermato risolutamente:

“Qualora parte attrice abbia esercitato il diritto ex art. 119 T.U.B. [soltanto] in corso di causa, non può essere emesso l’ordine di esibizione ex art. 210 c.p.c.”

Così il Tribunale di Verona (sentenza dell’11/7/2003):

“La richiesta di ordine di esibizione finalizzato all’acquisizione di documenti presso terzi non può essere accolta qualora tali documenti rientrino nella disponibilità della parte che ha formulato la richiesta, in quanto in tal caso l’ordine di esibizione assumerebbe una valenza integrativa e sostitutiva dell’onere probatorio gravante sulle parti (come nel caso dell’ordine di esibizione ad una banca dei documenti relativi ad un rapporto di conto corrente, richiesta dal soggetto titolare del rapporto stesso, che è parte dei documenti richiesti e titolare del diritto di accesso previsto dall’art. 119 comma 4 d.lg. n. 385 del 1993)”.

Più recentemente, però, la Cassazione – prima con la sentenza n. 11554 dell’11 maggio 2017 e poi con la sentenza n. 14231 del 24 maggio 2019 – ha affermato che il potere del correntista di chiedere alla banca di fornire la documentazione relativa al rapporto di conto corrente tra gli stessi intervenuto, può essere esercitato, ai sensi dell’art. 119 TUB, 4° comma, anche in corso di causa e con l’utilizzo di qualunque strumento idoneo allo scopo, senza alcuna limitazione sostanziale o di forma, se non nel rispetto dei termini processuali.

La Cassazione, con le sentenze citate, ha ritenuto che l’assenza di una domanda di accesso alla documentazione bancaria da parte del cliente – ex art. 119 TUB, 4° comma – prima della proposizione del giudizio, non ha rilevanza sostanziale, avendo il cliente (o chi gli succeda, ex art. 119 TUB) pieno diritto di accesso alla documentazione in qualsiasi momento egli ritenga, e questo anche successivamente all’inizio del processo, con la sola limitazione temporale che l’istanza processuale (nella specie, ai sensi degli articoli 210 e 212 c.p.c.) sia portata prima della decadenza delle istanze istruttorie (e quindi entro i termini processuali di cui all’art. 183 c.p.c., 6° comma).

Secondo la Corte, l’art. 119 TUB, 4° comma, nell’assegnare al “cliente, colui che gli succede a qualsiasi titolo e colui che subentra nell’amministrazione dei suoi beni” la facoltà di ottenere opportuna documentazione dei propri rapporti bancari, non contempla, o dispone, nessuna limitazione che risulti in un qualche modo attinente alla fase di eventuale svolgimento giudiziale dei rapporti tra correntista e banca.

Ed inoltre che: “la disposizione dell’art. 119 TUB, viene a porsi tra i più importanti strumenti di tutela che la normativa di trasparenza – quale attualmente stabilita nel Testo Unico Bancario vigente (“Trasparenza delle condizioni contrattuali e dei rapporti con i clienti”, secondo la formale intitolazione del Titolo VI di tale legge) – riconosca ai soggetti che si trovino a intrattenere rapporti con gli intermediari bancari”.

Per tali ragioni, la Corte ha affermato che: “non possa risultare corretta una soluzione che limiti l’esercizio di questo potere alla fase anteriore all’avvio del giudizio eventualmente intentato dal correntista nei confronti della banca presso la quale è stato intrattenuto il conto”, estendendo quindi il potere di accesso alla documentazione bancaria anche quando esso sia esercitato, per la prima volta, durante il processo.

L’esercizio del potere in questione non può per la Corte essere subordinato al rispetto di determinare formalità espressive del cliente o di prescritte vesti documentali.

Nel caso deciso dalla Corte con la sentenza n. 11554/2017, la domanda di accesso alla documentazione non era stata chiaramente esplicitata e neppure era stata diretta alla banca, ma al solo giudice, in quanto era implicita nella domanda giudiziale con cui il correntista richiedeva che il giudice ordinasse giudizialmente, ai sensi degli artt. 210 e 212 c.p.c., alla banca la consegna dei documenti, con la sola precisazione “ove la banca convenuta non vi ottemperi volontariamente”.

Per la Corte, difatti, non è previsto che “la formulazione della richiesta, quale atto di effettivo esercizio di tale facoltà, debba rimanere affare riservato delle parti del relativo contratto o, comunque, essere non conoscibile dal giudice o non transitabile per lo stesso. Simili eventualità si tradurrebbero, in ogni caso, in appesantimenti dell’esercizio del potere del cliente: appesantimenti e intralci non previsti dalla legge e frontalmente contrari, altresì, alla funzione propria dell’istituto”.

Unica limitazione alla proposizione direttamente nel processo della domanda di consegna – nella specie, ex art. 210 c.p.c. – della documentazione bancaria relativa all’ultimo decennio può rinvenirsi soltanto sul piano processuale, dovendo la domanda essere comunque introdotta entro i confini della fase istruttoria del processo, e pertanto entro i termini istruttori di cui all’art. 183, comma 6, c.p.c., oltre i quali la domanda sarebbe tardiva.

Su tali presupposti, la Cassazione, con la sentenza citata (n. 11554 dell’11 maggio 2017), ha espresso il principio di diritto per il quale il potere del correntista di chiedere alla banca di fornire la documentazione relativa al rapporto di conto corrente tra gli stessi intervenuto, può essere esercitato, ai sensi dell’art. 119 TUB, 4° comma, anche in corso di causa e con l’utilizzo di qualunque strumento idoneo allo scopo, senza alcuna limitazione sostanziale o di forma, se non nel rispetto dei termini processuali.

 

9. Le parti che hanno diritto a richiedere la documentazione

Non vi è dubbio che oltre il cliente abbia diritto alla consegna della documentazione, e dei contratti, colui che gli succede a qualunque titolo ed anche colui che gli subentri nell’amministrazione dei beni (così dispone l’art. 119, comma 4, T.U.B.).

Pertanto nessun dubbio può sussistere sul diritto di accesso alla documentazione in capo agli eredi (che provino tale qualità alla banca), anche singolarmente, nonché al curatore fallimentare, all’amministratore di sostegno ed al tutore.

 

Note:

[1] Decreto legislativo n. 385 del 1° settembre 1993 (Testo Unico Bancario).

[2] Sono contratti di durata quelli la cui esecuzione si protrae nel tempo. Ad esempio, per quanto qui rileva, i contratti di mutuo, apertura di credito, leasing, etc.

[3] Ai fini della direttiva 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 settembre 2002, concernente la commercializzazione a distanza di servizi finanziari ai consumatori e che modifica la direttiva 90/619/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE e 98/27/CE, si intende per “supporto durevole” “qualsiasi strumento che permetta al consumatore di memorizzare informazioni a lui personalmente dirette in modo che possano essere agevolmente recuperate durante un periodo di tempo adeguato ai fini cui sono destinate le informazioni stesse, e che consenta la riproduzione immutata delle informazioni memorizzate”.

[4] La Cassazione (Cass. n. 22183/2015) ha osservato che la domanda del cliente ex art. 119 T.U.B. è subordinata alla sussistenza di due sole condizioni: a) la domanda sia relativa a operazioni specifiche; b) le operazioni per cui si chieda la documentazione siano relative ai soli ultimi dieci anni.

[5] Tribunale Napoli, sentenza dell’8/12/2010: “La pretesa alla documentazione da parte di un cliente della banca è un diritto autonomo che nasce dall’obbligo di buona fede, che, in tema di esecuzione del contratto, si atteggia come un impegno di solidarietà che impone a ciascuna parte di tenere quei comportamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali e dal dovere extracontrattuale del “neminem laedere”, siano idonei a preservare gli interessi dell’altra parte, senza rappresentare un apprezzabile sacrificio a suo carico, ed è operante tanto sul piano dei comportamenti del debitore e del creditore nell’ambito del singolo rapporto obbligatorio, quanto sul piano del complessivo assetto di interessi sottostanti alla esecuzione di un contratto, specificandosi nel dovere di ciascun contraente di cooperare alla realizzazione dell’interesse della controparte”.

[6] Tribunale Monza, sez. III, sentenza n. 95 del 18/1/2016: “In tema di conte corrente bancario, con specifico riguardo alla documentazione bancaria, sussiste il diritto del correntista, ex art. 119, comma 4, T.U.B., di ottenere dall’istituto bancario, a proprie spese, la consegna di copia della documentazione relativa a ciascuna operazione registrata sull’estratto conto nell’ultimo decennio, indipendentemente dall’adempimento del dovere di informazione da parte della banca e anche dopo lo scioglimento del rapporto; tale diritto si configura come un diritto sostanziale autonomo, la cui tutela è riconosciuta come situazione giuridica finale e non strumentale, ragione per cui, per il suo riconoscimento, non assume alcun rilievo l’utilizzazione che il cliente intende fare della documentazione, una volta ottenuta”.

[7] Art. 7 (Diritto di accesso ai dati personali ed altri diritti) d.lgs. 196/2003: “1. L’interessato ha diritto di ottenere la conferma dell’esistenza o meno di dati personali che lo riguardano, anche se non ancora registrati, e la loro comunicazione in forma intelligibile. 2. L’interessato ha diritto di ottenere l’indicazione: a) dell’origine dei dati personali; b) delle finalità e modalità del trattamento; c) della logica applicata in caso di trattamento effettuato con l’ausilio di strumenti elettronici; d) degli estremi identificativi del titolare, dei responsabili e del rappresentante designato ai sensi dell’articolo 5, comma 2; e) dei soggetti o delle categorie di soggetti ai quali i dati personali possono essere comunicati o che possono venirne a conoscenza in qualità di rappresentante designato nel territorio dello Stato, di responsabili o incaricati. 3. L’interessato ha diritto di ottenere: a) l’aggiornamento, la rettificazione ovvero, quando vi ha interesse, l’integrazione dei dati; b) la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati trattati in violazione di legge, compresi quelli di cui non è necessaria la conservazione in relazione agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti o successivamente trattati; c) l’attestazione che le operazioni di cui alle lettere a) e b) sono state portate a conoscenza, anche per quanto riguarda il loro contenuto, di coloro ai quali i dati sono stati comunicati o diffusi, eccettuato il caso in cui tale adempimento si rivela impossibile o comporta un impiego di mezzi manifestamente sproporzionato rispetto al diritto tutelato. 4. L’interessato ha diritto di opporsi, in tutto o in parte: a) per motivi legittimi al trattamento dei dati personali che lo riguardano, ancorché pertinenti allo scopo della raccolta; b) al trattamento di dati personali che lo riguardano a fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale”.

[8] Aut. protez. dati person., 17/07/2008: “L’erede di un correntista deceduto è legittimato a esercitare, nei confronti della banca, il diritto di accesso nei confronti dei dati personali relativi al padre defunto, ai sensi del d.lgs. 196/2003, che riconosce tale diritto a chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli di protezione. Tale diritto è distinto dal diritto di accesso alla documentazione bancaria di cui all’art. 119 del Testo Unico in materia bancaria, che consente al cliente, o a colui che gli succede a qualunque titolo, di ottenere copia di interi atti o documenti bancari, contenenti o meno dati personali, ivi compresi i dati personali relativi a terzi”.

[9] Aut. protez. dati person., 07/12/2006: “Il diritto di accesso ai dati personali tutelato dall’art. 7 del codice della Privacy è distinto dal diritto di accesso alla documentazione bancaria di cui all’art. 119 del D.lgs. n. 385/1993”.

[10] Art. 210 (Ordine di esibizione alla parte o al terzo) c.p.c.: “[I]. Negli stessi limiti entro i quali può essere ordinata a norma dell’articolo 118 l’ispezione di cose in possesso di una parte o di un terzo, il giudice istruttore, su istanza di parte, può ordinare all’altra parte o a un terzo di esibire in giudizio un documento o altra cosa di cui ritenga necessaria l’acquisizione al processo. [II]. Nell’ordinare l’esibizione, il giudice dà i provvedimenti opportuni circa il tempo, il luogo e il modo dell’esibizione. [III]. Se l’esibizione importa una spesa, questa deve essere in ogni caso anticipata dalla parte che ha proposta l’istanza di esibizione”.

Rivista di Diritto Bancario Tidona – Il contenuto di questo documento potrebbe non essere aggiornato o comunque non applicabile al Suo specifico caso. Si raccomanda di consultare un avvocato esperto prima di assumere qualsiasi decisione in merito a concrete fattispecie.

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